Alcune riflessioni sull’evoluzione delle dinamiche fra cultura urbana e cultura rurale-montanara
Nel XVI secolo l’Albania è il cuore degli scambi commerciali, politici e culturali fra l’Italia e il mar Nero. Musulmani, cristiani, ebrei, genti che parlano centinaia di idiomi animano le città con le loro merci, tessendo relazioni mercantili e diplomatiche lungo tutta la via Egnatia, che da Durazzo portava fino a Istanbul. In continuità con la storia antica, la cultura urbana della tradizione ottomana da nuova linfa agli insediamenti che si trovano sulle vie di comunicazione. Uno degli empori più rinomati, sempre lungo l’antica via romana, era quello di Elbasan, dove già a partire dal I secolo a. C. era sorta una grande area mercantile, che nel 1591 contava 900 botteghe, disseminate lungo l’asse viario principale e i quartieri circostanti. Dai dettagliati resoconti dei viaggiatori dell’epoca apprendiamo che a Elbasan lavoravano notte e giorno orefici, tessitori, conciatori di pelli, armaioli, fabbri. Vi si acquistavano spade, pugnali cesellati, gemme e stoffe pregiate provenienti da ogni parte del mondo: granati, rubini, diamanti, smeraldi, velluti e broccati. Al mercato settimanale, che si teneva di domenica, accorrevano migliaia di visitatori di tutta la regione. Altrettanto successo aveva la fiera annuale, dove ogni volta affluivano dai 40.000 ai 50.000 visitatori.
Ancora oggi i centri urbani del sistema insediativo ottomano rispecchiano il modello delle tipiche città levantine, caratterizzate dal centro, cuore della vita sociale, culturale, commerciale, artistica, politica e religiosa della città, e dai tranquilli quartieri residenziali che lo circondano, dove le mahalle separano e avvicinano abitanti che condividono l’appartenenza alla comunità urbana ma non quella religiosa.
A Scutari uno dei quartieri più grandi ed antichi è proprio la mahalla Skenderbeg, dove è situato il cimitero cattolico, una volta uno dei più belli della penisola balcanica. D’altra parte basti ricordare che i mercanti dalmati stabilitisi nelle città della costa ebbero da sempre un ruolo fondamentale per lo sviluppo del commercio con gli altri Paesi.
Distrutte dai frequenti incendi che colpivano in particolar modo la carsija, le città furono sempre ricostruite secondo il criterio filologico, “dov’era, com’era”, fino a quando il diktat del dittatore ne impose la distruzione in favore dei più moderni supermercati. Oggi, sebbene in alcune città sia rimasta la tradizionale organizzazione, sono poche le carsije ancora vive e architettonicamente pregevoli. Non è sempre stata una distruzione deliberata. Inizialmente si voleva scoraggiare la proprietà e l’iniziativa privata. Negli anni ’50, poi, con la creazione delle aziende artigianali pubbliche, presenti in quasi tutte le principali città, le çarshije persero gradualmente la loro importanza. Nella città socialista non c’era posto per strutture ottomane. Si voleva liberare la città dai segni del passato.
In un paese molto povero e arretrato, in contrasto con una cultura urbana fortemente avversata dal potere comunista, continua d’altra parte ad esistere la cultura tribale presente nelle regioni più impervie; anche durante il periodo della dittatura essa mantiene una propria autonomia, abbracciando in parte la nuova dottrina ma mantenendo intatte le cornici culturali che la caratterizzano. Avversando la cultura urbana, i dittatori che hanno governato nei paesi balcanici hanno in qualche modo privilegiato atteggiamenti che fornivano un argine ad essa, guardando anzi di buon occhio le comunità isolate disseminate sui loro territori. Sebbene in alcuni casi le regole interne ai gruppi potessero scontrarsi con quelle del potere centrale, tuttavia i “vantaggi” erano decisamente superiori. Rappresentava una risorsa estremamente preziosa, infatti, una cultura fortemente radicata che ancorasse la popolazione a una tradizione lontana dal concetto comunitario inteso in senso urbano, dove il cittadino è un individuo libero di scegliere in autonomia dal gruppo, pur facendone parte.. d’altra parte ciò creava non poche contraddizioni all’interno delle famiglie, basti pensare al ruolo della donna nella società comunista e nella società clanica..
Per scongiurare cambiamenti culturali inevitabili quando la vita quotidiana favorisce gli scambi, Hoxa organizzò un complicato sistema di passaporti interni, di permessi di residenza legati ad un sistema di insediamenti urbani combinati con la pianificazione della forza lavoro e di procedure burocratiche lunghissime per convalidare le domande di cambio di residenza. Solo a partire dal 1992, dopo circa 50 anni di sostanziale isolamento, la popolazione ha potuto decidere finalmente dove abitare e come vivere.
Nel 2004 “The Guardian” pubblicava un articolo secondo il quale Tirana era la capitale più inquinata del continente europeo. Secondo il giornale britannico tra le cause principali figurano: l’uso di vecchie macchine, le strade urbane danneggiate, le costruzioni massicce, la mancanza di spazi verdi, la combustione illegale della spazzatura. Nel 1990 la città aveva solo 250.000 abitanti, oggi ne conta più di 800.000 ed ospita 1/3 della popolazione albanese. Da essere stata una città dominata dalle biciclette, con solo 2.000 macchine di proprietà statale in tutto il paese, oggi a Tirana circolano più di 100.000 autovetture. Durante il vecchio regime le emissioni di gas provenivano prevalentemente da fabbriche che oggi non esistono più.
Uno dei problemi maggiori è la densità delle costruzioni. Palazzi altissimi stanno addossati a case più piccole che li circondano. Lo spazio pubblico delle città, e soprattutto della capitale, si è ridotto drasticamente negli ultimi anni ad opera dei privati. Nel periodo socialista lo spazio rappresentava essenzialmente significati ideologici, e anche il vuoto fuori scala aveva la propria funzione totalitaria; tuttavia non si può dire che oggi l’ideologia sia morta. A quella socialista del “tutti uguali” (tranne gli apparati burocratici del potere) si sta sostituendo l’ideologia individualista del primato economico su tutto, in una schizofrenia culturale di cui tutta la società sta pagando il prezzo.
Non si è ancora finito di costruire e tanto meno sta diminuendo il processo di inurbamento delle città, dove giunge un continuo flusso di persone dalle aree più depresse del paese, nella speranza di un lavoro. I nuovi quartieri, dove i condomini dominano come enormi alveari il paesaggio circostante, sono quasi del tutto privi di verde e di spazi per la socialità, manifestando una pianificazione urbanistica carente sotto il profilo della sostenibilità ambientale e sociale. Le due cornici culturali che caratterizzano per lo più la popolazione dei nuovi insediamenti urbani si incontrano/scontrano nei nuovi agglomerati urbani, dando luogo a lenti processi di costruzione identitaria che non possono evitare situazioni di insofferenza da entrambe parte di entrambe le componenti sociali.
Il fabbisogno abitativo e la totale assenza di regole, durata troppo a lungo, non ha concesso all’architettura il tempo per elaborare qualche tipo di identità. Questo ha determinato la riproposizione, in pieno centro urbano, dei modelli insediativi di appartenenza, tanto che nella capitale è possibile vedere anche le tipiche case-fortezza della tradizione Malisori.
L’inadeguata infrastruttura per la raccolta delle acque, in aree urbane dove si sfrutta fino all’ultimo centimetro di terreno (permeabile), sebbene camuffabile ai più, diventa tragicamente evidente in occasione delle piogge, elemento climatico ineludibile. Senza contare ciò che potrebbe accadere quando ad aver problemi di capienza sarà la rete fognaria. I fenomeni più preoccupanti si manifestano nella capitale, dove migliaia di cittadini prevalentemente disoccupati si riversano in un contesto sempre più caotico. Se nel 1992 i dati indicavano non più di 50mila famiglie in emergenza d’abitazione, negli ultimi anni l’urbanizzazione a ritmi frenetici e lo spostamento dalla campagna alle città e dalle piccole città a quelle più grandi ha aggravato notevolmente la situazione. Si può capire facilmente perchè oggi l’Albania sia un paese pieno di contraddizioni.
Edi Rama, eletto sindaco di Tirana nel 2000, è uno degli artisti albanesi più conosciuti all’estero, un pittore che ha visto le sue opere esposte alla Biennale di Venezia del 1997. Quando Rama ha ordinato di ridipingere le facciate dei palazzi della città, edifici vecchi e nuovi, condomini d’epoca e recenti, stravolgendo completamente il volto della capitale, il mondo si è accorto di lui e i mass media hanno cominciato a parlare di Tirana in modo diverso, non più necessariamente legato alla violenza, alla povertà o all’emigrazione.
Dopo alcuni anni di grandi aspettative, però, il politico si è allineato con i suoi colleghi e basta leggere le cronache per avere un’idea di quanto sto affermando.
Concluderei questa breve riflessione con un articolo di Fatos Lubonja, scrittore e intellettuale albanese, editore della rivista letteraria Përpjekja e autore del blog omonimo. Nato nella capitale nel 1951, laureato in fisica, fu arrestato nel 1974 per associazione e propaganda contro il regime e condannato a 17 anni di lavori forzati. Venne scarcerato solo nel 1991. Oggi è noto nel suo Paese e all’estero come uno degli analisti più lucidi e critici del periodo enverista, dello stalinismo e delle contraddizioni della nuova democrazia albanese. Pur essendo riflessioni datate, purtroppo non credo che la situazione sia cambiata molto. Se non siete d’accordo sarà lieta di leggere le vostre riflessioni e commenti.
Da un articolo del sito balcanicaucaso,
“In una società niente è più disperante del dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo”. E’ firmata dallo scrittore Corrado Alvaro, e risale agli ultimi anni della sua vita, questa riflessione citata da Roberto Saviano in un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica . Aggiungerei una valutazione ulteriore: in Albania non si può parlare del dubbio che “vivere onestamente sia inutile”, ma della convinzione che farlo è impossibile. Ed è una grande differenza. Basta prendere ad esempio gli stipendi “legali” di quella categoria che in ogni Paese è considerata la componente intellettuale e colonna portante della società -funzionari della pubblica amministrazione, insegnanti, docenti universitari, giudici, procuratori, medici- mettendoli a confronto con le spese quotidiane. Se qualcuno mi dicesse che tutto questo può essere pagato con un mensile compreso tra 250 e 450 euro (la media delle retribuzioni della categoria sopra menzionata), allora chiederei scusa. Ma perfino nelle rare famiglie con due stipendi, i conti non tornerebbero.
Quei pochi che possono giustificare la loro vita lussuosa, le auto 4×4 pagate quanto una casa, le vacanze all’estero, e persino gli yachts, sono ricchi uomini d’affari. Ed è difficile sentir dichiarare da uno di loro che si possono fare affari onestamente, senza ungere gli ingranaggi del potere. Chi lo ha detto apertamente, è il migliore.
Oggi in molti non possono spiegarsi tanta ricchezza senza prendere in considerazione i traffici di esseri umani, la droga e la prostituzione. Si pubblicano notizie di prestiti milionari erogati dalle banche senza interessi a favore degli albanesi più ricchi. E leggiamo dell’espansione della “mafia finanziaria”, che ricicla il denaro proveniente dal narcotraffico.
Questa è la realtà che dai vertici dell’Albania scende e si diffonde fino al livello dei comuni cittadini. Un esempio eloquente per la maggioranza della popolazione, divisa tra ambizione, invidia e, in minor misura, rassegnazione tra quei pochi che solo ieri nutrivano un senso di rivolta contro questa ingiustizia. Credo che tra il presente con cui si misura Saviano e il nostro ci sia una differenza sostanziale. Disperazione sottintende almeno sia l’esistenza di una sensibilità, sia la percezione di una speranza che, per così dire, si sta per spegnere o si è appena spenta.
Ma nella nostra condizione nazionale, la parola ‘disperazione’ andrebbe sostituita con un termine che indichi sia la “perdita di sensibilità” che “la perdita di speranza”, ormai da tempo. Parafrasando la citazione di Saviano, direi che “una società muore quando non ha più alcuna speranza di poter vivere onestamente”. Può sembrare una metafora, dal momento che la società, in ogni caso, continua a vivere. Eppure qui è chiamata in causa non la morte fisica degli individui, ma la morte di quel vincolo che fa di un gran numero di individui una società.
La società in Albania non è morta da poco. Si è spenta fin dal tempo della dittatura e non c’è possibilità di riportarla in vita. Non sono mancate vaghe speranze di rinascita, nel 1991, 1997, 2005. Ma si trattava solo di un battito di palpebre, che si sono richiuse. Anche la rinascita della società albanese richiede alternative all’economia criminale. Dovremmo cercarle a partire dall’educazione dei bambini, fino ai valori spirituali e ai principi morali, e continuare fino alla riforma di un intero sistema che al momento lascia prosperare il crimine e la disonestà come forme di ingiustizia e di infelicità.”
Riferimenti di base
Oltre ai suggerimenti citati nei post a cui rimando, si leggano gli articoli pubblicati su http://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/
