Ascolto attivo

Come attivare processi di comprensione creativa?

Nei sistemi complessi, dove cioè le dinamiche relazionali avvengano fra persone che hanno cornici culturali diverse, anche il modo in cui ci poniamo all’ascolto deve cambiare. Affinchè la comunicazione sia davvero efficace, cioè un reale scambio fra persone che si arricchiscono reciprocamente e che danno il loro contributo per costruire nuovi modi di convivenza, le società interculturali devono far proprie le regole dell’ascolto attivo; in caso contrario continueremo ad andare incontro ad empasse comunicative con pericolose conseguenze. La storia recente di alcuni popoli, come quello bosniaco, è esemplare per cogliere l’importanza di quanto stiamo affrontando anche se oggi, purtroppo, il fallimento delle dinamiche relazionali nelle società pluriculturali dell’occidente continua a bussare tragicamente alla nostra porta.  In una società globalizzata in cui la comunicazione pervade tutto, o quasi, non siamo capaci di ascoltare.

Negli ultimi anni ciò che scopriamo riguardo al reclutamento dei giovani terroristi non è tranquillizzante. Perchè il ragazzo della porta accanto, spesso immigrato di seconda generazione, quindi nato nel paese di adozione dei genitori, dopo aver frequentato con successo le scuole del suo paese e aver costruito una rete di amicizie nel luogo in cui abita, decide di lasciare la sua vita per diventare un terrorista? Sappiamo bene che la religione non c’entra nulla. Neanche nell’ultimo conflitto balcanico. La religione viene dopo, è un eccellente strumento di coesione. E infatti diversi ragazzi, prima di partire per il medio-oriente, hanno comprato il libro L’islam per principianti, per non arrivare a digiuno..

Io mi trovo assolutamente d’accordo con le riflessioni di J.Horgan, uno studioso americano che si occupa di psicologia politica. Dopo aver descritto le 4 componenti psicologiche principali che caratterizzano il profilo del terrorista, Horgan afferma che sono le dinamiche sociali il fattore scatenante della loro scelta di vita. La volontà di appartenere alla comunità dei terroristi è da considerarsi speculare al senso di esclusione sviluppato nelle società occidentali. Il senso di appartenenza. Non è un caso se tutte le attività didattiche che ho elaborato  negli ultimi 10 anni gravitano intorno al concetto di abitare. Qualsiasi insegnante sa bene che la frustrazione genera aggressività, così come sa che il suo primo obiettivo è la creazione del gruppo, del senso di appartenenza. A essere forse meno scontati sono gli strumenti quotidiani a sua disposizione per evitare di rendere ancora più complesso un lavoro già di per sè estremamente impegnativo, non fosse altro per le variabili che quotidianamente deve affrontare. Abitiamo in una società interculturale? Dobbiamo attrezzarci con gli strumenti giusti, pena il fallimento, non solo come insegnanti, ma come società. E’ un ruolo di grande responsabilità, e mi rendo conto che gli insegnanti sono spesso abbandonati in prima linea. Però non credo ci siano alternative, anche nell’interesse dello stesso docente, che in qualità di facilitatore di processi creativi migliora la sua stessa qualità di vita scolastica e la capacità creare un clima armonioso in classe.

Le gratificazioni sono carezze di cui tutti abbiamo bisogno. 

Per presentarvi le caratteristiche dell’ascolto attivo faccio riferimento alla tavola presente nel libro di M. Sclavi, che consiglio a tutti i docenti di leggere.

Ascolto passivo                               Ascolto attivo

  -Statico (Una unica prospettiva giusta)  -Dinamico (Una pluralità di prospettive)
-Passivo (rispecchiare la realtà)-Attivo (costruzione della realtà)
-In controllo (incidenti di percorso e imbarazzi: negativi)-Goffo (incidenti di percorso e imbarazzi: positivi)
-Soggettivo: no, Oggettivo: sì.-Né soggettivo, né oggettivo (esploratore di mondi possibili )
-Neutralizzare le emozioni.-Centralità delle emozioni

Se avete già letto il post sulle dinamiche relazionali nei sistemi complessi questa sintesi sarà già chiara.

Vorrei a questo punto farvi un esempio per comprendere meglio come tali strumenti possano essere messi in pratica nelle materie curricolari, per sperimentare insieme agli studenti il modo in cui dobbiamo imparare a relazionarci con gli altri. Fornire gli strumenti e imparare ad utilizzarli nella prassi quotidiana è infatti il primo passo per instaurare un clima adeguato; ciò vale sia per svolgere le attività didattiche curricolari, offrendo a ciascuno studente la possibilità di apprendere al meglio, sia per affrontare creativamente le infinite variabili che giornalmente rischiano, altrimenti, di minare il percorso dei singoli e, di conseguenza, del gruppo. Il gioco è stato elaborato per studenti delle elementari ed è stato svolto con bambini dai 7 ai 10 anni. Il fatto che questo laboratorio sia stato concepito per studenti così giovani non lo rende inadatto per studenti della secondaria inferiore o superiore, anzi.

Avevo preso accordi con una maestra molto attenta e in gamba, la cui classe era composta da una maggioranza di studenti con origini straniere diverse, per lo più nati in Italia, alcuni arrivati nel corso degli anni da altri paesi. Una situazione di partenza difficile, in cui le insegnanti avevano impiegato risorse ed energie, sin dalla prima elementare, per creare un gruppo coeso, con bambini autonomi e responsabili. Quando i docenti hanno lavorato in questa direzione percepisco subito un clima diverso.

Al momento del nostro primo incontro i bambini erano all’inizio della quarta elementare. Ero stata chiamata per scoprire e riflettere sulle premesse implicite e avevo elaborato un gioco che abbiamo fatto insieme agli studenti. Il gioco è improntato sulle regole dell’ascolto attivo e presuppone da parte degli adulti presenti un atteggiamento di interesse e rispetto a ciò che viene comunicato dagli studenti, qualsiasi siano le informazioni fornite, che saranno anzi oggetto di approfondimenti. Il comportamento degli adulti sarà seguito anche dai più giovani, che si parli di mangiare dal piatto comune usando le mani o che si descriva un abito tradizionale. 

I bambini partecipavano con entusiasmo e al termine delle due ore non solo avevano scoperto molte cose interessanti sui loro compagni, ma si erano anche divertiti, fatto di non secondaria importanza! Un bambino in particolare, che si era dimostrato estremamente attivo nel gioco, voleva sapere quando sarei tornata. Ho scoperto al termine della lezione che questo studente, di origini albanesi, aveva sino a quel momento avuto un atteggiamento estremamente reticente nei confronti della vita del gruppo classe, autoescludendosi dalle conversazioni e dai giochi e arrivando a tacere alla famiglia l’esistenza di alcuni eventi organizzati appositamente dalle maestre per coinvolgere i genitori nella vita scolastica dei figli. Le insegnanti avevano colto questo atteggiamento e avevano intuito che vi fosse alla base un sentimento di vergogna, legato a una profonda carenza di autostima e alla convinzione di non essere adeguato; ciò avveniva anche a causa del padre, un Malisori che nei vestiti, nel taglio di capelli e nel modo di porsi comunicava subito la sua diversità anche ai compagni di classe con le stesse origini, ma provenienti da altre aree geografiche del paese. Non lo vedevano di buon occhio. Lo studente era rimasto sempre silenzioso davanti alle sollecitazioni delle maestre. Vi era d’altro canto il timore di affrontare in modo incauto argomenti sensibili che potevano essere ulteriore motivo di disagio per lo studente. Grazie all’impegno quotidiano profuso delle insegnanti nei tre anni precedenti, è stato sufficiente un gioco di due ore per scardinare le dinamiche difensive dello studente, che da quel giorno ha iniziato ad esprimere liberamente le proprie emozioni e opinioni, divenendo un membro molto attivo del suo gruppo classe. La sua diversità non più motivo di vergogna ma di orgoglio. Una delle notizie più gratificanti che ho ricevuto nell’arco di questi anni di ricerca-azione è stata quella comunicatami dalla sua insegnante al termine della quinta elementare. Il bambino si trasferiva e nella nuova scuola sarebbero stati tutti estranei per lui. Alla domanda se avesse un po’ di paura all’idea di andare in una scuola con nuovi insegnanti e nuovi compagni di classe il bambino ha risposto che no, non aveva paura perche aveva capito che anche lui aveva qualcosa di interessante da dire. In piccola parte anche quel gioco aveva contribuito!

L’interesse stimolato nei compagni di classe per la sua cultura e, nell’ambito della sua cultura, condivisa da alcuni di loro, per le caratteristiche specifiche di quella montanara, lo hanno fatto sentire degno di interesse, portatore di una cultura materiale che solo lui, in quel contesto, poteva testimoniare. I miei obiettivi di fondo, affinchè il gioco avesse rilevanza, erano sostanzialmente due: creare un clima di serena allegria e stimolare in tutto il gruppo classe un desiderio di scoperta scevro da pregiudizi. Ogni informazione “strana” veniva accolta con stupore, e con tante domande di approfondimento, a volte con allegre risate, mai di derisione, anzi. Ridere insieme a qualcuno e non di qualcuno è un fatto estremamente importante. Il clima di grande rispetto per le informazioni comunicate dagli studenti ha liberato il bambino dalla paura dell’imbarazzo, permettendogli finalmente di esprimersi. Questo esempio testimonia come l’ascolto attivo e le attività interculturali agiscano in modo trasversale, coinvolgendo gli studenti nella totalità della loro persona e influendo quindi sull’autostima e sull’immagine che hanno di se stessi. La costruzione della nostra identità è un processo che non si arresta mai. Gli studenti che debbano confrontarsi con cornici culturali diverse rischiano di essere intrappolati in due atteggiamenti che sono le facce della stessa medaglia, come osservava Fanon. Da un lato l’atteggiamento assimilazionista -voglio essere accettato da te quindi divento come te-, dall’altro la solitudine orgogliosa -si, sono diverso da te ma non sei tu che mi escludi, sono io che mi autoescludo, o che ti escludo-. La negazione della propria diversa complessità e l’autoesclusione dal gruppo dominante sono due strade che non conducono alla piena realizzazione del sè, con inevitabili conseguenze sia per i singoli sia per la società in cui vivono. Frustrazione e compressione, solitudine e rancore sono stati d’animo che possono avere conseguenze pericolose.

Riferimenti di base

Cipollini L.    La scuola delle opportunità, Perugia, Morlacchi editore, 2012

Fanon F.       I dannati della terra, Einaudi, Torino, 2007  

Sclavi M.      Arte di Ascoltare e Mondi Possibili, Milano, Bruno Mondadori, 2000

Turnaturi G. a cura di, Sociologia delle emozioni, Anabasi, Milano, 1995